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NIVES MEROI l'italiana più alta

Quando si sente parlare o si legge di Ottomila, ovvero delle montagne che superano questa quota, il primo nome che viene alla mente è quello di Reinhold Messner, il primo alpinista ad aver raggiunto la cima di tutte le montagne che superano quell'altezza.
A lui fa seguito spesso il nome di Sir Edmund Hillary che, con lo sherpa Tensing, fu il primo uomo a calpestare la vetta della montagna più alta del mondo, l'Everest.
Purtroppo, nella memoria collettiva, sfuggono i nomi delle donne che hanno intrapreso con successo la difficile via degli Ottomila, a partire da quello della giapponese Junko Tabei che nel 1975 fu la prima donna a toccare gli 8848 metri del Chomolungma, il nome tibetano dell'Everest.
Dopo di lei, una ventina di altre alpiniste salirono la vetta più alta del mondo. Tra loro, nessuna italiana…
Ma, a dispetto di quanto si possa credere, nell'alpinismo d'alta quota italiano spicca una figura che al mondo dei media è sconosciuta: Nives Meroi.
La giovane alpinista di origine bergamasca, classe 1961, ha al suo attivo ben tre Ottomila, conquistati nell'arco di soli 10 mesi, tra il luglio 1998 e il maggio 1999: Nanga Parbat, Shisha Pangma, Cho Oyu.
A tutt'oggi è la prima donna ad avere salito il Nanga Parbat.
Negli anni passati ha tentato per ben due volte il K2 e una l'Everest, senza disdegnare vette più basse ma di grande tecnicità come, nel 1995, il Bhagirathi II dove ripete prima la normale alla parete est e quindi apre una nuova difficile via sulla parete Nord.
Nives Meroi, pur bergamasca, si è trasferita giovanissima nell'alto Friuli, a Fusine Laghi, dove ha iniziato a ripetere le vie in parete di un altro grandissimo e misconosciuto alpinista della Alpi Giulie, Ignazio Piussi.
Nives, nel 1998, è entrata di diritto a far parte del prestigioso Club Alpino Accademico Italiano, nel quale vengono accettati solo quegli alpinisti che vantano un grande curriculum.
Con un manipolo di amici, tra i quali il compagno Romano Benet (altro grande alpinista pochissimo conosciuto fuori dal Friuli pur se parte anch'egli dell'Accademico) e il sempre giovane Kurt Diemberger, partirà alla volta del Karakorum a metà giugno 2000: il Gasherbrum II, 8035 metri, è la meta della nuova avventura di Nives Meroi che tenterà con i compagni di aprire una nuova via sull'ancora inviolata parete Nord.
Prima della partenza, l'abbiamo incontrata al Festival internazionale del film di montagna di Trento, al quale era una degli invitati d'onore…


La recente scoperta del corpo dell'alpinista inglese George Mallory sul versante Nord dell'Everest, 75 anni dopo la sua scomparsa, ha commosso e diviso il mondo dei professionisti di montagna così come il grande pubblico. Si è infatti posta una domanda che sicuramente avrà un grande effetto sulla storia dell'alpinismo. Mallory e/o Irvine hanno raggiunto la cima nel lontano 1924?
Tu dove eri quando hai sentito la notizia e quali sono stati le tue emozioni e reazioni professionali? Cosa credi sia successo?


Chi può saperlo! Certo sarebbe stata una bellissima favola, al di là che siano arrivati o meno in cima, cosa magari difficile visti i materiali le attrezzature e le tecniche dell'epoca. Insomma, ci sarebbero certo stati molte difficoltà oggettive.
Quello che è veramente importante è che ci siano ancora oggi dei fatti, o dei miti se si vuole, cui si pensa con emozione, romanticamente e non solo nel ristretto mondo alpinistico.
Insomma, una visione veramente romantica, un sogno… In fondo anche ultimamente si cerca di tornare, dopo una fase tecnicistica, ad un aspetto più romantico esplorativo, una sorta di ritorno al passato per chiudere un cerchio con la nostra storia di alpinisti, un ritrovare nel passato le proprie radici…
In fondo è uno specchio della nostra società, tutta protesa verso la ricerca dell'incredibile, dell'effetto speciale, dell'exploit: tutto questo produce alla fine il bisogno di tornare ad un mondo più umano, più emozionale, più intimo…
Alla fine ci si fa ingabbiare da regole e regolette che nell'alpinismo non dovrebbero esistere, perché l'alpinismo non è una prestazione sportiva ma un per fortuna ancora, almeno per me, un gioco. O anche un'esplorazione, sia di quello che ti sta intorno che di se stessi. Ognuno certo vive l'alpinismo come un'attività legata soltanto alla propria sfera emotiva, intima e per questo, per fortuna, non ci si potrà mai restringere dentro delle regole -come la mania dell'immagine come prova di avere fatto qualcosa in montagna.
Purtroppo, troppo spesso, con tutta questa esposizione mediatica, che oggi comprende anche Internet, l'alpinista rischia di diventare sempre meno alpinista e sempre più commerciante, ben al di là degli interessi commerciali che comunque ruotano intorno al mondo della montagna… Le ditte devono vendere, i giornali devono scrivere: da qui l'esigenza di creare l'exploit, la competizione, le classifiche. La cosa peggiore, ed ahimè importante, che tutte queste pseudo-regole sono stabilite "al maschile": competizione, aggressività, bisogno di primeggiare, tutte caratteristiche tipicamente maschili. Scettico? Beh, guarda ai termini più usati dell'alpinismo: conquista, violare una cima, andare all'attacco di una montagna, farsi una via…
Noi donne, purtroppo, siamo costrette ad adeguarci a questo approccio, a costo di essere totalmente tagliate fuori!

E se fosse stato trovato il corpo di un'alpinista donna a quell'altitudine? Una donna occidentale o ancora più sorprendentemente una donna sherpa?

Scioccante, sarebbe stato semplicemente scioccante per un mondo occidentale ricco e alpinisticamente maschile! Sarebbe fare cadere i miti dell'esplorazione e della conquista degli Ottomila da parte di società ricche e benestanti…

L'alpinismo per te è stato una scelta personale. Durante i tuoi vari viaggi in Himalaya hai sicuramente incontrato donne sherpa e/o portatrici. Quali sono state le tue reazioni vedendo una donna o dei ragazzini giovanissimi lavorando in condizioni così pericolose ed estreme per guadagnare da vivere. Hai avuto possibilità di parlare con loro e capire qualcosa di prima mano?

Beh, è capitato certo, anche se logicamente le donne sherpa, le sherpani, sono molto poche rispetto ai loro connazionali uomini come, d'altra parte, anche noi donne bianche siamo un'infinitesimo dell'universo alpinistico quasi tutto maschile. E' difficile capire, almeno per me, quali siano i rapporti all'interno delle loro comunità: una questione di lingua che per me rimane indecifrabile… certo nella loro società la donna è quella che fa i lavori pesanti mentre gli uomini pascolano le bestie… per le sherpani la fatica è un'abitudine, raddoppiata dal fatto di fare e poi accudire i figli.
Purtroppo, come ti dicevo, la donna è sempre l'ultima ruota del carro… In fondo, pensa che la maggior parte delle vette himalayane ha nomi femminili, di dee: ma probabilmente questi nomi sono stati dati da uomini, sempre nell'ottica della conquista dei favori della femmina più irraggiungibile! Pensa, conquistare una dea! Il massimo per un vero uomo!

Quest'anno una spedizione di sole donne sherpa ha tentato la cima dell'Everest. Purtroppo è stata costretta a tornare indietro a causa del maltempo. Tu prendi sul serio un'iniziativa così? I nepalesi hanno un futuro come alpinisti?

Certo hanno delle capacità fisiche naturali notevoli e hanno acquisito tecniche e materiali in tutti questi anni di frequentazione delle spedizioni occidentali…
Credo che la tecnica di salita sia veramente semplice da imparare: non è questo l'ostacolo certamente; il vero ostacolo è quello finanziario ovviamente. Ma soprattutto quello di imparare ad apprezzare l'alpinismo per quel che è: molti sherpa ancora credo che si chiedano che senso abbia andare a salire montagne così inospitali quando c'è ben altro da fare nei villaggi e nei campi…
Ma forse con il tempo, come da noi la montagna era stata prima appannaggio dei benestanti e poi pian piano anche delle classi meno agiate, anche loro inizieranno un'attività vera sui loro monti, ad apprezzarla ed a trovarci soprattutto un senso… voglio dire che quando finalmente avranno fatto capo a tutte le esigenze primarie della loro vita quotidiana, in parole povere avranno la pancia piena, magari guarderanno anche a quello che hanno intorno in un altro modo.

Quale sono state le reazioni alla tua presenza nelle spedizioni da parte degli Sherpa in genere più abituati ad alpinisti maschi?

Non ne ho idea, forse per i soliti problemi di comunicazione…
Certo, quando riusciamo a scambiare quattro frasi nell'inglese stentato, il mio e il loro, del quale capiamo forse il 30%, sono sorpresi del fatto che una donna della mia età (che nel loro contesto è già nonna!) invece di stare a casa a seguire i figli e a lavorare vada in giro per scalare montagne.
Ma, ripeto, anche per problemi di comprensione reciproca, non si arriva mai a quella confidenza tale per cui uno ti dica chiaramente quello che sta pensando di te…
Comunque sia, già io ho poco successo perché sono magra mentre a loro piace la donna, come dire, di peso e dunque non sono molto apprezzata ma devo dire che ho sempre sentito un enorme rispetto nei miei confronti e comunque delle donne, come in tutti i paesi islamici: mai uno sguardo un gesto fuori posto…
Certo io sono sempre stata a mia volta rispettosa della loro cultura, voglio dire non sono mai andata in giro scollata o con le braghette corte, soprattutto nelle città…
Ma comunque il rispetto è sempre stato totale…

Anche per te questo "effetto 8000" da molti vissuto e rilevato è stato così profondo spiritualmente da dare una svolta personale alla tua vita?

Nelle mie piccole serate ripeto spesso una frase: la parte alpinistica, quando vai via, diventa una parte del viaggio perché la "storia" inizia prima di partire, quando prepari la spedizione e finisce solo poi, al ritorno, quando la racconti.
E' dunque un'esperienza molto più ampia, che non si limita alla sola salita della montagna. Il viaggiare così è una continua frattura di tutte le nostre abitudini: è un'altra frase che ripeto spesso… e non solo delle abitudini ma pure dei pregiudizi.
Questo perché il vivere a casa propria da piccole e rassicuranti abitudini: ti alzi, la colazione, e così via… Poi il discorso del branco nel quale vivi: adotti una serie di persone con le loro regole e regolette che danno sicurezze…
Catapultarsi in realtà così diverse ti permette di vedere da una parte altri modi di vivere e contemporaneamente di vedere da lontano il modo in cui tu stesso vivi…
La vita di spedizione è una vita ridotta all'essenziale, dove elimini il superfluo e ti devi concentrare solo su quello che hai lì di più sostanzioso, essenziale.
In questo senso è un'esperienza certamente terapeutica: frattura di abitudini, mancanza di sicurezze ma anche perdita di pregiudizi verso l'esterno… ti ritrovi ad essere immerso, solo senza il tuo branco, all'interno di realtà profondamente diverse cosa che ti costringe a rivedere il tuo modo di vivere e di pensare, di approcciarti al mondo.
Poi è chiaro che l'alpinismo in senso lato è vissuto da ciascuno secondo un proprio orizzonte, con le proprie motivazioni che siano mistiche, religiose, ecc.
A me ha senz'altro aperto orizzonti non solo fisici…

L'Himalaya, che vuole dire letteralmente "dimora delle nevi", ha avuto uno speciale fascino per te: la purezza dell'ambiente, la bassa temperatura, l'incredibile panorama? E' per questo fascino che hai scelto il Friuli per vivere? Può essere che scegliere le grandi montagne sia stato per te un ampliare il senso di isolamento che già qui, più in piccolo, si vive? Un isolamento anche in montagna, pochi rifugi, poche persone, a differenza delle Alpi occidentali o delle Dolomiti?

In verità alle spedizioni ci sono arrivata per caso, non le avevo come scopo del mio andare in montagna: con Romano abbiamo avuto la fortuna di essere stati invitati ad una spedizione e ci siamo andati. Mai avevamo pensato di porci l'Himalaya come un obbiettivo…
E' vero che per noi il passaggio da queste nostre montagne a quelle non è stato così eclatante o choccante… un passaggio naturale, da un ambiente selvaggio e solitario -e difficile!- ad uno simile, solo un po' più grande…
Familiarità con l'ambiente insomma.
Il primo Ottomila che ho visto è stato il K2, montagna già dura di per sé, e per di più dal versante Nord, pochissimo conosciuto, ed ancor meno frequentato: ma non c'è stata paura.
Solo un grande rispetto e il sentimento della necessità di acquisire familiarità con una montagna tanto grande ed impressionante… Una questione di conoscenza graduale, con la coscienza di dovere sì affrontare delle difficoltà ma senza la presunzione di "vincere" né la paura di "perdere"…
D'altra parte credo che quegli alpinisti così profondamente assillati dalla cima -e ce ne sono veramente tanti- in realtà proiettano sulla vetta di quella data montagna ben altre cose che poco hanno a che vedere con la salita stessa.
Noi non abbiamo mai avuto questa "pressione" addosso: siamo contenti di dove arriviamo, sia la vetta siano cento metri dopo l'attacco…
Quello che ci piace è la sensazione d'armonia che sentiamo spesso salendo, un'armonia sia con l'ambiente sia con le persone che ti stanno intorno: è come dire "si arrampica con la testa"…
Io sono una mezza cartuccia fisicamente, eppure riesco a togliermi delle belle soddisfazioni, soprattutto, ripeto, "spirituali"…
Ma guarda che non è questione di resistere, di andare avanti a testa bassa come i muli ma di "sensibilità" che ti permette di dire vado avanti o, anche, mi fermo qui e torno indietro… torniamo al "sentire l'ambiente", all'armonia…

L'Inghilterra vanta un club alpino e varie sezioni locali composto di socie soltanto femminili, con una fittissima agenda di incontri e manifestazioni dove alpiniste famose insegnano e danno supporto ai membri ed ai nuovi iscritti. Non essendo nata in un paese anglosassone dove quest'abitudine è più marcata, ti sentiresti a tuo agio andando in montagna con una cordata solo femminile?

Mi è capitato di arrampicare con sole donne. Mi è difficile pensare ad una spedizione solo femminile: non solo per i problemi tecnici e organizzativi o per il fatto che ho sempre incontrato pochissime donne in Himalaya e per questo non saprei bene con chi poter fare una simile esperienza. In realtà, forse sono stata fortunata, non ho mai avuto problemi di rapporti, di discriminazioni, di essere considerata la "mosca bianca"…
I miei compagni non hanno mai vissuto -e fatto vivere a me- la mia presenza come una sfida o una provocazione e per questo ci siamo sempre trovati benissimo…
Certo che il mondo alpinistico, dove le donne sono rare, gira su delle regolette maschili: gli stessi incidenti come quello del '96 all'Everest dove morirono molte persone venne letto più come complesso di sfortune piuttosto che come errori di giudizio degli uomini che guidavano le due spedizioni…
Un incidente ad una donna viene più facilmente attribuito alla donna stessa più che a fattori esterni…

Alison Hargreaves, l'alpinista inglese scomparsa sul K2 nel 1998, era molto criticata dalle sue colleghe per la sua scelta di alpinismo estremo, pur essendo sposata e madre di due bambini. Ed è vero che tanti alpinisti scelgono di ridimensionare i loro progetti in riguardo delle loro famiglie. Seconda te, la tua vita personale ha influenzato il tuo curriculum alpinistico? Insomma, brutalmente: nessuno ti ha mai chiesto perché tu donna non te ne stai a casa tra i fornelli invece di fare quel che fai?

Fin dall'inizio, ero sempre l'unica donna del gruppo con cui andavo per monti: ero vista spesso come l'elemento decorativo… Poi, spedizione dopo spedizione, pian piano, ti si vede con un'altra ottica… Certo è che anche se arrivi in vetta c'è sempre un "sì, però…": perché alla fine si dice sempre che se non ci fosse stato Romano o qualche altro amico…
Non ho problemi ad ammettere che la loro presenza mi è di aiuto, non sono così forte da poter andarmene in giro da sola!…
Siamo, in più, una società basata sul mammismo per cui una Alison Hargreaves che sale il K2 da sola con i figli giù al Campo Base scatena il putiferio, mentre l'uomo con figli a carico che se ne sta in giro per mesi viene concesso tutto, come se non fosse lui il padre dei suoi figli…
Purtroppo è uno dei motivi per cui non ci sono molte donne in Himalaya: nella nostra tradizione, nella nostra educazione, nella nostra civiltà, una donna che fa figli è poi costretta a seguirli mentre l'uomo può permettersi di fare quel che vuole…
In più, in spedizione non si va tanto giovani e molte donne hanno già figli e a quel punto sono "costrette" a scegliere di stare a casa con loro e lasciare che sia il marito ad andare "a spasso"…

Una campionessa inglese di arrampicata sportiva raccontava divertita ma un po' sorpresa che, arrampicando in una nota falesia in Italia, i maschi del posto si sono avvicinati a controllare i nodi sulla imbragatura prima che lei iniziasse la salita, ovviamente non conoscendola e forse preoccupati per la sua sicurezza. Anche tu senti un tipo di maschilismo al rovescio da parte degli uomini compagni di cordata?

Il vantaggio di andare in giro con Romano, mio marito, mi fa evitare questo genere di atteggiamento da parte di altri uomini: molti infatti pensano "ha un marito, ci penserà lui"!
E' molto diverso l'atteggiamento a seconda della nazionalità: gli austriaci, per esempio, di solito si fanno da parte, salutano, e proseguono; con gli italiani mi succede spesso invece che quando si accorgono di avere una donna dietro allungano il passo fino quasi a scoppiare, non ti lasciano quasi mai passare e ti costringono a scegliere una strada alternativa, anche se poi li sorpassi…
C'è sempre nell'aria questa domanda inespressa "cosa ci fa una donna in montagna" e dietro un pensiero del tipo "una donna non può essere più forte di me"!

Dicono che per conoscere veramente sé stessi, la montagna va confrontata da soli. Anche tu vai in solitaria?

In verità, pensare di andare da sola non mi alletta: sono molto fifona!
In Himalaya io e Romano andiamo sempre slegati, ognuno con il suo ritmo, il suo passo, i suoi pensieri… in fondo è una "quasi" solitaria… anche se magari ci sono decine di persone -difficile sui versanti e sulle vie che noi scegliamo…- di altre spedizioni…
E tanti oggi barano un po', vendendo queste "solitarie in compagnia" come vere imprese compiute da soli… un cosa un po' ridicola e patetica.
Ma d'altra parte si tenta sempre di mettere regolette varie per stabilire il giusto e lo sbagliato…

Si parla sempre della presenza del sesto senso in montagna, il fiuto, il cosiddetto "naso" per sentire i pericoli. Messner stesso parlava delle occasioni in cui "non sentiva bene" la montagna e lui ha rinunciato a una salita. La vita è preziosa! E' successo anche a te di rinunciare, spinta a tornare a valle da una ragione indefinibile?

Certo, il difficile è rimettere in funzione quella sensibilità di cui si parlava che, attenzione!, non è raziocinio, non è solo un'analizzare oggettivamente i dati… è ritrovare un istinto, un "sentire a pelle", che ti permette di riconoscere e valutare altrimenti delle situazioni…

Parliamo un attimo dell'impossibilità di "rischio zero" in montagna. Sei mai stata veramente in pericolo, pericolo oggettivo? Invece sei mai stata cosciente di avere sbagliato qualcosa mettendo a rischio la tua vita?

Rischi da "accumulo di errori" no, mai. Esistono invece dei rischi che devi prenderti per forza ma di cui dei cosciente: un rientro improvviso sotto la tormenta in alta quota per evitare maggiori pericoli, in condizioni non ideali ad esempio… Devi decidere e sai a cosa vai incontro… Rischi gratuiti, no, veramente mai; anche in questo, non avere l'assillo della vetta, della riuscita, ha i suoi vantaggi…

E la paura? Che posto ha nella tua vita?

Paura? Sì, quella paura sana che ti fa stare vigile, attento; non quella che genera nel panico o peggio nell'incoscienza che ti portano a fare cose veramente molto pericolose…
E' questa sana paura che ti porta a non fare una serie di errori, o semplici dimenticanze, che ti fa controllare dieci volte le cinghie dei ramponi…
Certo, la lucidità alle alte quote dipende da molti fattori, come alimentazione, disidratazione, la mancanza di ossigeno: il "divertente", se così si può dire, è che sei cosciente di essere un po' rimbambito!
L'esperienza ti aiuta molto a valutare quello che succede e che ti succede, a capire la lentezza delle reazioni; è incredibile, quando si scende a quote inferiori, rendersi conto che tutte quelle funzioni che avevi perso salendo, pian piano ti ritornano completamente efficienti!
Con l'aria ti ritorna la vita!

Sicuramente fare tutti quattordici 8000 non è suo scopo, ma immagino che il tuo spirito di avventura ti spinge a tentare altri cime. Quale sono i tuoi programmi a breve e medio termine?

E' ben buffo che ci sia stata di fatto una gara senza che nessuno accetti di essere stato quello che questa gara ha "inventato"… Eppure c'è chi si è vantato pubblicamente ed a alta voce di essere stato "il primo a salire tutti i 14 Ottomila…".
Da parte mia, come ti ho detto, già non avevo mai pensato a fare spedizioni, figurati se mai ho pensato di essere la prima donna a salire tutti gli Ottomila! D'altra parte, se la nostra mira fosse quella di fare i famosi 14, non saremmo andati a cercare vie nuove o comunque difficili su quelli già saliti e tanto meno andremmo a salire da Nord il Gasherbrum!
D'altronde quella dei 14 colossi è solo una questione di numeri: la fantasia -e dunque la vera "bravura"- di un alpinista non si misura certo in base ai numeri…

Hai qualche allenamento specifico o segui il tuo solito "regime" prima di andare in spedizione oltre i settemila metri? Hai qualche metodo di concentrazione particolare?

Boh! Guarda: io posso dirti quello che faccio in quota: conto i passi!
Stabilisco un metodo: decido di poter fare 40 passi, li faccio, mi riposo, li rifaccio…
Mi lega a quello che sto facendo: l'organismo umano non è fatto per stare a quote estreme… ma d'altra parte sono lì per scelta e non voglio scappar via a gambe levate (come farebbe il corpo se potesse decidere lui…)!
Ripeto: se lasciassi che il cervello pensasse profondamente a dove sono, quello mi direbbe solo "fuggi!"… Legandomi invece a una cosa così meccanica, e all'ipnotismo dell' "ancora un passo, ancora un passo" come una specie di filastrocca mi tiene lassù…
Per acclimatarsi invece, a parte le regole basilari che comunque bisogna rispettare (non troppo veloce e troppo in alto, salire e discendere a dormire, ecc.), ognuno deve essere in grado di capire il proprio stato fisico e mentale ed abituarsi alle condizioni esterne: un'attenzione verso se stessi che ti permette di capire come progredire senza bruciarti e senza essere troppo lento… Ci sono tempi comunque da rispettare: durata della spedizione, tempi di salita, tempo atmosferico…
Ascoltarsi bene e ben conoscersi è fondamentale.
Un raffreddore a casa si guarisce in fretta, in Himalaya no: a quelle quote neanche le più piccole ferite si rimarginano; solo quando torni in basso l'organismo, e le sue difese, ricominciano a funzionare…
Per questo tutta l'esperienza in Himalaya non serve un granché qui, almeno dal punto di vista prettamente fisico: in quota tutto quello che hai te lo tieni.
Bisogna mettersi in testa che, anche se ci andiamo, il nostro organismo non è costruito per vivere a quelle quote…
Anche per questo l'attenzione deve essere massima: le cose più banali possono degradare velocemente. Ti faccio un esempio: salendo sulle corde fisse tu stringi un attrezzo che scorre sulla corda; stringendolo si rallenta la circolazione; rallentando lo scorrere del sangue aumentano i rischi di congelamento…
Devi allora stringere e ricordarti di staccare spesso la mano e aprire e chiudere il pugno per far riprendere la circolazione, massaggiare la mano, muovere le dita…
Così l'aria che, a quella quota è estremamente secca, è indispensabile ma pericolosa: se non stai attento ad umidificare la gola possono formarsi feritine che non guariranno mai in quota e che ti impediranno di mangiare e addirittura ti ostacoleranno il respiro…
L'alimentazione è fondamentale, anche se oltre certe quote mangiare diventa un'impresa perché hai poco tempo da perdere, devi risparmiare sui pesi da portare…
E' al Campo Base che è importantissimo mangiare, anche se si soffre comunque di inappetenza.
Noi abbiamo imparato che è meglio mangiare cose cui si è abituati e che piacciono molto anche a casa, in modo da essere più invogliati a farlo, e con la più grande varietà possibile; non mangiare significa deperimento ulteriore, oltre a quello normale dovuto alle quote e all'ambiente.
Noi mangiamo enormi pastasciutte, sempre con i gusti "di casa"…
In quota poi mangi poco, ma anche lì io preferisco mangiare le cose più semplici e familiari: evito le robe chimiche tipo barrette varie che a me fanno letteralmente vomitare. Mangio grana, prosciutto crudo, cose semplici e che mi legano a casa…
Bere è anch'esso fondamentale: niente integratori -non ci piacciono- ma Idrolitina in quantità; ma è sempre faticoso: sciogliere la neve, aspettare, quando sei già stanco, svogliato, è proprio una forzatura. Ma ti devi sottomettere a questo lavoro per forza: si può fare a meno di mangiare per qualche giorno, di bere mai, neppure per poche ore!
In cima al Nanga Parbat, parlando con il Campo Base via radio, la cosa più importante era sapere cosa ci avrebbe fatto da mangiare Sergio, il nostro cuoco; e talvolta mi torturo un po' facendo mentalmente la lista di quello che mi piacerebbe mangiare: la pizza, gli gnocchi burro e salvia, e così via…

Invece di chiederti dei progetti alpinistici per il futuro, so che gli alpinisti sono scaramantici!, un'ultima domanda… Hai un "sogno impossibile"? Se potessi andare indietro nel tempo, c'è qualche prima ascensione di quelle che hanno fatto la storia dell'alpinismo che ti sarebbe piaciuto fare, la nord delle Grandes Jorasses o dell'Eiger, la prima salita al Monte Bianco, … ; e c'è qualche ascensione che sai perfettamente che non farai mai, qualche inviolata cima in Antartica, Alaska, Tibet, Pamir, …?

Fossi stata… in verità non ho sogni "retrodatati" ma sogni al presente: questa nostra spedizione al G2… Cose nuove da scoprire, comunque, ce ne sono tuttora; e parlo di scoperta non di conquista o della vanagloria di poter dire siamo stati noi i primi a salire questa cima…
Quanto a posti che, se potessi, andrei a vedere? La risposta che mi viene è la Nuova Zelanda, che mi ha sempre affascinato fin da bambina…
Montagne? Mi piacerebbe ritentare il K2 da Nord, ritornare a curiosare su un versante pochissimo frequentato e perciò ancora pieno di fascino… Al di là degli Ottomila, abbiamo visto miriadi di bellissime pareti più basse, con ancora tantissime possibilità.
Noi siamo un gruppo di amici ancor prima che di alpinisti, veniamo dallo stesso paese, Fusine, e con qualche variazione sono ormai quasi vent'anni che giriamo tutti insieme: questo fa sì che a uno venga in mente un'idea, una linea, una montagna -vista chissà quando e chissà dove-, si chiacchiera si chiacchiera finché si decide di mettere in piedi la spedizione… Capita purtroppo che mentre noi discutiamo qualcun altro sia stato proprio dove ci sarebbe piaciuto andare… ma noi eravamo magari ancora lì a cercare i soldi per partire…
Insomma, noi siamo come un gruppo di amici che va in vacanza, una vacanza un po' particolare ma una vacanza… cosa molto bella perché non ci sono scontri per la leadership del gruppo, ognuno fa quel che si sente e quel che può, lavorando tutti al massimo perché qualcuno del gruppo, chiunque esso sia, possa arrivare in vetta o almeno provarci…
Insomma, ricorda che noi siamo molto romantici, e che per noi l'alpinismo è rimasto, soprattutto e comunque, esplorazione ed avventura: andare verso una montagna per scoprire quello che c'è intorno…
Con molta modestia, ci sentiamo di ripetere un po' le parole di Mallory alla famosa domanda sul perché del salire l'Everest: "Perché è là"… il nostro Everest, oggi, è il Gasherbrum 2 da Nord…
Ma tranquilli, perché lo facciamo per noi stessi e non per altri, per i media, o così…
Lo facciamo per passione, per amore, per curiosità…

intervista di Marco Vegetti

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